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La prima impressione conta!

Come scegliere la giusta host family

Di famiglie ne avevo sentite parecchie da quel 24 luglio, giorno in cui avevo attivato il mio profilo sul sito. Soprattutto tedesche, perché inizialmente volevo andare in Germania.

Alcune erano super carine, altre pretenziose, altre ancora strambe come non so cosa. Ma si sa, nel mucchio è normale che venga fuori un po’ di tutto: c’è chi ti scrive ma poi sparisce, chi non ti risponde proprio, chi ti assilla invece, pensando che tu non abbia altro da fare nella vita che stare 24 h su 24 sul sito a rispondere a tutto e tutti.

All’inizio non sembrava così semplice trovare una famiglia non dico perfetta per me, ma comunque che si avvicinasse a ciò che desideravo. E voi mi chiederete: cosa cercavi?

Allora, inizio con il dire che di esperienza con i bambini io ne avevo zero, ma proprio zero zero zero. Sono figlia unica, non ho cuginetti più piccoli, se non forse uno che però avrò visto si e no due volte da quando è nato, niente amici già con figli, mai fatto la babysitter. Niente di niente insomma. Questo per dire che non volevo lanciarmi in un’esperienza già nuova di per sé e che in più avesse anche un ulteriore grado di difficoltà dato dal dover gestire più bambini contemporaneamente. Intendo tre o quattro, perché avevo constatato che tante famiglie alla ricerca di una nuova Au Pair erano veramente numerose. Due bambini erano il numero ottimale per me.

Tra l’altro non era solo una questione di numeri, ma anche – e soprattutto aggiungerei – di età:  gestisciteli te due bambini di pochi mesi, magari pure gemelli, più un altro fratellino (o anche due) di poco più grandi! Senza mai nella vita aver avuto a che fare con dei bimbi. Quindi secondo punto: bambini non troppo piccini.

Nei vari gruppi Facebook ai quali ero iscritta se ne sentivano di esperienze negative o comunque di ragazze in seria difficoltà nel prendersi cura di più bambini allo stesso tempo, soprattutto quando i genitori, poco presenti, lavorano a tempo pieno.

Inoltre, sia per un’idea mia sia per via dei consigli ricevuti, desideravo andare a finire in una famiglia con delle bimbe, perché boh, essendo bimba anche io mi sentivo di poter avere più punti in comune poi con loro.

Un altro fattore per me importante era la location. Non volevo finire in un paesino sperduto della Germania o dell’Inghilterra, senza poter conoscere altre Au Pairs, giovani del posto o avere un autobus ogni due ore per poter raggiungere la città più vicina. Sono straconvinta che più che il posto l’importante sia trovare la famiglia giusta, ma fidatevi che anche il luogo dove andrete a vivere per mesi o anche un anno magari conta eccome.

Questo più o meno quanto cercassi di trovare. E il bello del sito AuPairWorld è che tu puoi impostare la ricerca delle famiglie proprio in base a questi parametri.

Dopo aver sentito qualche famiglia qua e là, dopo essermi chiarita le idee, iniziai a scrivermi seriamente con due famiglie, una tedesca, una inglese. Emails, messaggi WhatsApp, chiamate Skype per conoscerci meglio, ma non ero convinta.

La madre della famiglia tedesca già durante la prima chiamata era stata fredda, assente, antipatica oserei direi, tanto che, resosene conto, l’indomani mi aveva scritto su WhatsApp per scusarsi del suo atteggiamento e giustificandosi dicendo che aveva un gran mal di testa. Niente da fare, era da tagliare.

La famiglia inglese era, invece, composta da una single mum e dai suoi due gemellini: lei mi piaceva un sacco, era super grintosa e simpatica, precisissima (tanto che via mail mi aveva inviato tipo delle dispense con tantissime informazioni su di loro, l’Inghilterra in generale, Londra, e dei forms da compilare perché voleva avere anche tante informazioni su di me) e i gemellini erano due bimbi neri neri neri con degli occhioni bellissimi.

L’idea di una famiglia monoparentale solo con la mamma mi piaceva molto, sono sincera, però poi lei per un po’ non si era più fatta viva, vivevano sulla costa Sud-est dell’Inghilterra quindi lontano da città grandi come Londra o Brighton e in più i due bimbetti mi erano sembrati moooolto vivaci. E quando lei mi aveva riscritto era, ormai, tardi (anche se molto probabilmente non avrei comunque scelto questa family).

Pochi giorni prima, precisamente il 25 settembre, mi aveva contattato una famiglia composta da mamma, papà e due bambine di 6 e 10 anni, che vivevano nel Sud di Londra.

La madre era stata decisa e precisa fin da subito: orari di lavoro, mansioni da svolgere, informazioni sui corsi di inglese disponibili in zona, la paga, le eventuali ore extra di babysitting che mi avrebbe potuto chiedere.

Tutta questa chiarezza, che so che a tante ragazze spaventa poiché può sembrare di avere a che fare con un mezzo dittatore o comunque con persone poco flessibili, a me era piaciuta veramente veramente tanto, inoltre se ci avete fatto caso questa famiglia corrispondeva esattamente a ciò che cercavo.

La prima chiamata Skype mi diede la conferma definitiva: era la famiglia giusta. La madre era stata dolcissima, le bimbe anche, la prima impressione ottima. E per l’ennesima volta mi ero resa conto che l’impressione iniziale è ciò che conta davvero per me, ciò che devo valutare e che difficilmente mi fa sbagliare.

La chiamata durò si e no dieci minuti, era solo per dirsi “Hello!” mi aveva detto lei, non aveva bisogno di stare delle ore lì a dirsi non so cosa per capire se la candidata Au Pair potesse essere la ragazza giusta o no. E la cosa era stata reciproca.

Contenta come una Pasqua dopo quella Skypata, speravo di ricevere, nei giorni seguenti, una risposta positiva da questa famiglia…

 

2 Comments

  • Paola

    Gli inglesi sono super efficienti e non si perdono mai in troppi convenevoli! All’inizio io ero rimasta stupita da questo atteggiamento, ma per quanto riguarda conversazioni di lavoro è ottimo!

  • Laura

    Leggendo il tuo post ho subito ripensato a come avevo fatto io la ricerca dell’associazione che mi avrebbe ospitato per il mio servizio volontario europeo, un progetto simile al servizio civile che mi ha permesso di trascorrer gratuitamente un anno in Germania. E ricordo L emozione della telefonata con la referente del progetto. Intesa istantanea. E quell’anno è stato uno dei più belli della mia vita.

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